PERCHE’ L’ACCOGLIENZA DEI BAMBINI DEL SAHARAWI

Dopo l’11 settembre 2001 è indubbio che il mondo è diventato più piccolo e le conseguenze di un evento lontano si fanno sentire anche nelle nostre realtà locali.
Il popolo Saharawi è stato costretto ad abbandonare il proprio territorio, il Sahara occidentale, nel 1975 ed è da allora che vive da profugo nelle tendopoli allestite nel deserto algerino e nel Sahara Spagnolo.
L’ONU ha riconosciuto più volte il loro diritto all’autodeterminazione, ma il referendum proposto nel 1991 stenta a concretizzarsi per l’opposizione del governo del Marocco e la popolazione, quindi, è costretta a vivere in uno stato di insicurezza e continua sofferenza.
E’ quindi da allora che questo popolo attende l’indipendenza della “Repubblica Araba Democratica del Saharawi” e, rinunciando all’uso delle armi, ha scelto di affidarsi alla via della non-violenza e del diritto internazionale per fare valere le loro rivendicazioni e dare soluzione all’occupazione marocchina.
Una scelta difficile da vivere per così tanti anni, considerando la dura vita del deserto, soprattutto per i bambini e gli anziani.
Attualmente nel Parlamento Italiano è costituito un intergruppo dedicato al popolo Saharawi che comprende esponenti di tutte le aree politiche, da Rifondazione Comunista ad Alleanza Nazionale.
Una esperienza importante, che dimostra come la solidarietà travalichi i concetti di appartenenza politica.
Nel periodo estivo sono accolti circa 7000 ragazzi in Spagna e 5000 in Italia, suddivisi nelle varie province e per 3 mesi tolti dalla calura ed aridità stagionale, ed è in questo periodo che tutti i ragazzi vengono sottoposti a visite odontoiatriche e di altro genere.

Solidarizzare con questo popolo significa dare un contributo concreto a questa realtà e questo è nelle capacità della nostra comunità farense, da sempre sensibile ai valori umani e al rispetto del prossimo.

COME VIVONO

Si calcola che siano 250 mila i Saharawi (gente del deserto) residenti in campi profughi nell’estremo Sud-Ovest dell’Algeria. Di loro si parla poco, come di tutti i popoli “dimenticati”, le cui rivendicazioni vanno a turbare interessi consolidati ed equilibri internazionali delicati. I rifugiati Saharawi sono i sopravvissuti al grande esodo: interminabili marce nel deserto, inseguiti dall’aviazione marocchina avvenuta nel 1975.
30 anni di vita nella zona considerata tra le più invivibili del nostro pianeta.
Il territorio che ospita i campi profughi è di circa 100 kmq, ed è completamente desertico, piatto, ricoperto di sassi e sabbia (Hammada). Il clima è, ovviamente, di tipo desertico con piovosità quasi assente. La temperatura varia nelle due stagioni: estate ed inverno, raggiungendo i 45°-50° in estate e i 5° sotto zero nelle notti d’inverno.
La vegetazione è assente eccetto rarissimi alberi a spine ed una oasi naturale di poche vecchissime palme. L’acqua è, reperibile a breve profondità, ma ha una elevata salinità fino a renderla non potabile.La vita nei campi scorre lenta, turbata solo dal rumore continuo dei pochi generatori, che garantiscono l’energia elettrica agli ospedali e ai centri di accoglienza.
Nelle tende, per i più fortunati, la luce è garantita dai pannelli solari, per altri non resta che la luce fievole del gas.
Nella monotonia del paesaggio spiccano i colori delle donne saharawi, che avvolte dai loro mantelli trasparenti dai colori vivacissimi si occupano dell’amministrazione dei campi, e il sorriso dei bambini che giocano con pietre e sabbia.
In un universo materialmente povero all’inizio le tende erano fatte con pezzi di stoffa incessantemente ricuciti in una lotta senza tregua contro il vento ma simbolicamente ricco, la vita dei rifugiati andrà organizzandosi in un modello comunitario del tutto unico al mondo.
Sono circa 250.000 e vivono in uno dei deserti più inospitali della terra, quello dell’Hammada di Tindouf, dove la temperatura il luglio e agosto supera i 60° e d’inverno cala sotto lo zero.
Sono vecchi, donne e bambini a popolare le tende e le case di sabbia. La maggior parte degli uomini sono al fronte a proteggere il fazzoletto di terra conquistato negli anni. I Saharawi non nascondono la loro povertà come se fosse una vergogna: al contrario sanno valorizzare e nobilitare il poco che hanno, al punto che le stesse tendopoli, messe su con gli aiuti umanitari, che in tanti altri posti al mondo sono inferni senza redenzione, qua sembrano villaggi millenari. Sono capaci di scrivere con i colori, con la luce, con i materiali più poveri sulla grande tela che è il deserto.
Le tendopoli Saharawi, non sono certo un paradiso dove trascorrere le vacanze. E’ duro nascere e vivere in un ambiente al limite della sopravvivenza, dove manca il bene più prezioso: l’acqua. Cisterne dell’ONU riforniscono ogni 15 giorni i cubi scatole di metallo chiusi da rudimentali sportelli dove, soffiata dal vento, inclemente la sabbia entra a inquinare quell’acqua leggermente salata e resa potabile dall’aggiunta di cloro.
Acqua che travasata in una varietà di recipienti deve bastare per tutto e per tutta la famiglia, centellinata e recuperata goccia dopo goccia. In queste condizioni i bambini crescono consapevoli di tutti i disagi e di tutte le esigenze della famiglia e fieri di appartenere al popolo della sabbia.

IL POPOLO E LA STORIA

“Il popolo saharawi ha origini curiose. È uno strano mix di tre popolazioni: i berberi, gli arabi, gli africani. Questo cocktail si realizza in un luogo, il deserto, che fa sì che noi siamo sì musulmani, ma anche molto aperti, tolleranti, capaci di accettare le differenze.” (Omar Mansur, ministro della RASD).

I circa 200000 Saharawi, dei campi profughi di Tindourf (Algeria) hanno realizzato una delle esperienze politiche e sociali più interessanti del nostro secolo: la costruzione di uno «Stato in esilio».
I rifugiati vengono distribuiti in 40 distinte tendopoli, ciascuna delle quali assume ai fini amministrativi il nome e le funzioni di un distretto regionale (Wilaya): El Ayoun, Smara, Dakhla Ausserd.
Ogni wilaya è divisa in 6 o 7 “province”, anch’esse con il nome di una provincia saharawi (daira). In questo modo, attraverso l’organizzazione spaziale dei campi, si ricrea l’identificazione ed il legame con la patria di origine.
I Saharawi hanno voluto costruire un’organizzazione sociale dove tutti sono chiamati a ruolo attivo, dove sono valorizzati gli anziani e soprattutto dove le donne condividono responsabilità a tutti i livelli.
La priorità spetta all’educazione ed alla sanità, dove il ruolo delle donne è particolarmente importante. Tutti i giovani sono scolarizzati a livello elementare e ora anche medio ed esiste malgrado lo scarso materiale sanitario, una diffusa medicina di base.
In questo modo si, evitata l’instaurazione di quei meccanismi di attesa passiva, di fatalismo, smobilitazione, corruzione, così comuni nei campi profughi africani.
Gran parte dei mezzi materiali provengono dalla solidarietà internazionale.
Il largo margine di autonomia e di iniziativa lasciato ai Comitati di base, ha stimolato l’ingegnosità e la creatività saharawi, che si esplica in attività come il recupero e il riciclaggio di qualunque tipo di materiale e nella creazione di esperimenti agricoli.

DOVE SONO

Il Sahara Occidentale è un territorio di circa 266.000 Kmq che si affaccia sull’Atlantico per un migliaio di chilometri, confina con il Marocco, l’Algeria e la Mauritania. E’ in gran parte desertico, ma ricchissimo di risorse minerarie (soprattutto fosfati). Le coste sono pescosissime. I suoi confini sono convenzionali, poiché seguono in parte l’andamento dei paralleli e dei meridiani, tracciati dalle diplomazie europee in seguito alle decisioni della Conferenza di Berlino del 1884/85. Per molto tempo le popolazioni che nomadizzavano nel territorio ignorarono questi confini artificiali ma, a partire dagli inizi di questo secolo, sono diventati oggetto di un’attenta sorveglianza da parte della polizia coloniale. Le frontiere divennero allora ben reali per quelle popolazioni ma ancora oggi, sono oggetto di contenzioso, per le particolare vicende legate alla decolonizzazione della regione. La popolazione appartiene al complesso delle tribù Saharawi. Organizzate da secoli in modo autonomo, con forme proprie di lingua, cultura e organizzazione sociale, nomadi fino a tempi recenti. Prima dell’arrivo degli spagnoli le tribù erano numerose, 40 secondo la tradizione riunite in una confederazione.
Verso la fine del periodo coloniale, il popolo Saharawi appariva già largamente sedentarizzato e urbanizzato, ma sempre attaccato alle proprie tradizioni.
L’origine delle tribù Saharawi si può ricondurre all’immigrazione degli arabi Maquil, provenienti dallo Yemen.
Un lento processo di fusioni ha dato origine alle tribù di cui ancora oggi i Saharawi conservano la memoria e a cui fanno risalire la propria origine. L’arabizzazione, molto intensa in alcune tribù, ha lasciato una traccia profonda nella lingua hassaniya, comune a tutte, molto vicina all’arabo classico.
La religione è l’Islam sunnita, come nella maggior parte del Maghreb. L’organizzazione sociale era basata su un consiglio (Consiglio dei quaranta) che riuniva periodicamente i capi delle tribù per prendere collegialmente decisioni che riguardavano gli interessi della comunità. Tale struttura ugualitaria è stata spesso indicata come riferimento tradizionale della democrazia Saharawi.

LE SPARTIZIONI COLONIALI DEL SAHARAWI

La Spagna era apparsa sulla costa atlantica del Sahara alla fine del ‘400, prima che la conquista dell’America spostasse 1’interesse delle potenze europee verso questo continente.
La conferenza di Berlino nel 1885 riconobbe la sovranità spagnola sul Rio de Oro, ma gli spagnoli cominciarono ad occuparsi del Sahara Occidentale solo agli inizi del nostro secolo, sollecitati dall’avanzata francese in Algeria, Mauritania e in Marocco. Solo con le convenzioni di Parigi del 1900 e 1904 e di Madrid del 19 12 si arrivò alla definitiva delimitazione dei confini del possedimento spagnolo.
In assenza di autorità spagnole, erano i francesi che si incaricavano di far rispettare i confini. Nel 1934 l’amministrazione spagnola attribuì alla popolazione uno stato civile e un documento di identità con I’introduzione di un visto obbligatorio per la transumanza in territori francesi. Si consolida così nel tempo l’autoidentificazione della popolazione autoctona ed il sentimento dell’appartenenza territoriale al “Sahara spagnolo”, che termina con i confini al di là dei quali occorre il ” visto”.
Contemporaneamente inizia la formazione di una resistenza Saharawi contro lo sfruttamento e i soprusi coloniali.
Dopo la seconda guerra mondiale, la resistenza Saharawi guarda con speranza in direzione del Marocco che sta rivendicando l’indipendenza. Tra il 1956 e il 1958, molti Saharawi si arruolano nell’Armée de la Liberation che opera nel sud marocchino.
La Francia decide di lanciare un’operazione di pulizia nel deserto per contrastare le rivendicazioni marocchine: coinvolge anche i comandi spagnoli del Sahara Occidentale e riescono per il momento a soffocare le rivendicazioni marocchine e a porre sotto controllo la resistenza Saharawi.

IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA SAHARAWI

Il primo nucleo nazionalista si crea intorno a Mohamed Bassiri.
Nel 1967 diventa un punto di riferimento di quello che prenderà il nome di Movimento di Liberazione del Sahara (MLS). Nel 1970, usciti dalla clandestinità, diventano oggetto di una durissima repressione con morti e centinaia di arresti tra cui lo stesso Bassiri.
Nel maggio del 1973 un piccolo nucleo di nazionalisti Saharawi costituisce il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saguiat – Al – Hamra e Rio de Oro). Il nome di Fronte vuole solo esprimere una opposizione, un “far fronte” appunto, al colonialismo scegliendo le armi come strumento di lotta. Solo nell’agosto del 1974 il Polisario individua l’indipendenza come obiettivo fondamentale, mentre la lotta armata, insieme al lavoro politico tra le masse, rimane lo strumento principale.

LA PRIMA RISOLUZIONE DELL’O.N.U.

Nel l960 1’Assemblea Generale dell’ONU riconosce il diritto dei popoli all’autodeterminazione.
A partire dal 1963, anche il Sahara Spagnolo viene incluso nella lista dei territori cui tale principio deve essere applicato. Sotto gli auspici delle Nazioni Unite, la risoluzione del l972 include per la prima volta anche il diritto all’indipendenza.
Nell’agosto 1974, il governo di Madrid informa il Segretario generale dell’ONU dell’intenzione di tenere un referendum, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, entro i primi sei mesi dell’anno successivo, e nell’autunno del 1974 procede al primo censimento della popolazione.
Violenta è la reazione del re del Marocco Hassan II, che all’annuncio del referendum vede vanificati i suoi disegni di estensione della sua sovranità anche sul Sahara.
Il re, per bloccare iniziative di indipendenza del popolo Saharawi, annuncia una marcia popolare di occupazione pacifica di 350000 persone. I marciatori reclutati in tutto il paese, ricevono la consegna di una copia del Corano e bandierine verdi, il colore dell’Islam: da qui l’appellativo di “marcia verde” dato all’operazione. In realtà si tratta di una vera invasione nel territorio Saharawi con forze di polizia e militari.
La Spagna in cambio di una sostanziosa buona uscita si ritira, cedendo i territori a Marocco e Mauritania. (Accordo di Madrid l975). 
La preoccupazione principale del Polisario diventa la protezione della popolazione civile dagli attacchi dell’esercito marocchino. Migliaia di persone si danno alla fuga attraverso il deserto fino al confine algerino, dove, nei pressi di Tindouf, viene allestita una prima tendopoli di accoglienza. L’esodo di massa avviene sotto i bombardamenti dell’aviazione marocchina.
Nel l976 il Fronte Polisario decide di proclamare l’indipendenza e la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). 
La Mauritania ratifica con il Fronte Polisario nel l979 un accordo di pace.
Il Marocco invece, raddoppia lo sforzo bellico per occupare tutto il territorio dell’ex Sahara Spagnolo.

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